Dazi Usa e agroalimentare italiano: l'export regge ma soffre l’instabilità
Gli Stati Uniti sono il primo partner extra-Ue per l’agroalimentare italiano. Un mercato strategico, diventato però sempre più difficile da leggere, a causa del continuo cambiamento delle politiche tariffarie americane. L’incertezza sui dazi finisce così per pesare non solo sui costi di importazione, ma anche sulle strategie commerciali delle imprese.
Per alcuni prodotti italiani il quadro resta relativamente contenuto: il vino europeo e il Prosciutto di Parma sono soggetti a un carico complessivo del 10%. Più pesante è invece la situazione per Grana Padano e Parmigiano Reggiano, tra i principali prodotti italiani esportati negli Usa: dopo anni con un dazio del 15%, alcune misure hanno portato la pressione tariffaria fino a picchi del 30%.
Gli effetti sul commercio sono già visibili. Secondo il rapporto Crea, nel 2025 l’export agroalimentare italiano verso gli Stati Uniti è diminuito del 4,2%, fermandosi a 7,55 miliardi di euro, mentre l’export agroalimentare complessivo ha raggiunto il record di 72 miliardi. A soffrire maggiormente sono stati olio extravergine, vini Dop, liquori e salse. Hanno invece registrato una crescita le esportazioni di pasta, acque minerali, caffè torrefatto e prodotti da forno.
I dati doganali statunitensi confermano la pressione sui comparti più esposti. Nei primi quattro mesi del 2026 le importazioni di vino italiano sono scese del 28% in valore, da 840 a 605 milioni di dollari, con una riduzione dei volumi del 18%. Ancora più marcata la contrazione per l’olio d’oliva, calato del 40% in valore, da 370 a 223 milioni di dollari, e del 33% nei volumi.
Gli importatori statunitensi guardano alla possibile riapertura di negoziati in autunno, ma resta l’incertezza sulla struttura definitiva delle tariffe e sulla possibilità che una parte delle aliquote «reciproche» originarie venga ripristinata.
Per le imprese, il quadro suggerisce una cautela soprattutto sul piano commerciale. Il dazio viene applicato alle singole voci doganali e non al «made in Italy» nel suo complesso: l’impatto, quindi, varia sensibilmente da prodotto a prodotto. In questo scenario il mercato europeo mantiene un ruolo centrale, assorbendo quasi il 60% dell’export agroalimentare italiano e rappresentando il principale elemento di stabilità per le aziende di fronte all’incertezza del mercato statunitense.
