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La sostenibilità economico-finanziaria delle aziende vitivinicole verticali

Comunicato stampa presentato a Verona l’8 aprile 2025 a Vinitaly inerente alla ricerca realizzata dall’Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi School of Management, con il sostegno della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi e di Crédit Agricole Italia, in collaborazione con FIVI - Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti

 

Chi sono i Vignaioli indipendenti italiani? Aziende di medio-piccole dimensioni, quasi sempre a conduzione familiare, radicate sul territorio e capaci di creare valore ed esternalità positive lì dove operano; impegnate non solo nella produzione di vino di qualità, ma nella tutela del territorio e nella conservazione del paesaggio rurale italiano. Questo l’identikit che era stato tracciato nel 2024 dall’indagine “Il modello socio-economico dei Vignaioli Indipendenti per la sostenibilità della filiera vitivinicola italiana”, realizzata da Nomisma – Wine Monitor in collaborazione con FIVI.

Da quell’indagine emergeva un segnale di preoccupazione, con un’alta percentuale di Vignaioli che pose come prima sfida per il futuro quella della redditività, a fronte di un continuo aumento dei costi. Un campanello d’allarme che non ha lasciato indifferente FIVI, che ha quindi deciso di realizzare un focus specifico sulla sostenibilità economico-finanziaria delle aziende vitivinicole verticali, con una particolare attenzione ai determinanti del fatturato, ai modelli di finanziamento dell’attività di impresa, alla transizione ecologica e ai passaggi generazionali: e lo ha realizzato grazie alla professionalità dell’Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi School of Management, con il sostegno della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi e di Crédit Agricole Italia.

 

La ricerca è stata presentata martedì 8 aprile 2025 a Vinitaly nell’area del Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, alla presenza del Prof. Vitaliano Fiorillo, Direttore Invernizzi AGRI Lab, SDA Bocconi School of Management; del Prof. Luca Ghezzi, Docente Management and Control Systems, SDA Bocconi School of Management; del Dott. Biagio Maria Amico – Academic Fellow, SDA Bocconi School of Management; di Maurizio Crepaldi - responsabile agroalimentare di Crédit Agricole Italia; e infine di Rita Babini,Vignaiola e Presidente FIVI.

“L’obiettivo dell’iniziativa è quello di indagare la sostenibilità economica delle aziende vitivinicole associate, analizzando le scelte strategico-gestionali più rilevanti e approfondendo al contempo le esigenze di credito e le opzioni di finanziamento utilizzate. Un’attenzione particolare è stata riservata all’adozione di pratiche di sostenibilità ambientale, valutandone l’impatto sulla redditività e sulla competitività aziendale. Lo studio ha inoltre approfondito le problematiche legate al passaggio generazionale, momento cruciale per assicurare la continuità operativa e stimolare l’innovazione all’interno delle imprese” ha ricordato il prof. Luca Ghezzi, coordinatore della ricerca e Docente Management and Control Systems di SDA Bocconi School of Management.

“Questa ricerca ci conferma alcuni elementi che prima potevamo solo ipotizzare, e ci rafforza nella volontà di tutelare e promuovere un modello produttivo, quello delle aziende vitivinicole verticali, che è fondamentale non solo per il futuro del mondo del vino, ma per la tenuta socio-economica di tantissimi territori italiani” ha detto Rita Babini, Vignaiola e Presidente di FIVI. “Purtroppo è un modello resistente e fragile al contempo, quello delle nostre aziende. Ha resistito e continua a resistere grazie a fondamentali solidi di risorse e competenze, spesso trasmesse da generazioni. Ma in un contesto di grandi mutamenti a livello nazionale, europeo e globale, e di fronte a una crisi climatica che rende sempre più rischioso il lavoro agricolo, è importante che questo modello venga riconosciuto nella propria originalità e unicità, e messo nelle condizioni di competere alla pari con gli altri soggetti della filiera”.

“L’approccio di Crédit Agricole al tema della sostenibilità, sia essa economica, sociale o ambientale, è molto pragmatico – ha dichiarato Maurizio Crepaldi, responsabile Direzione Affari e Agri Agro di Crédit Agricole Italia – Per un’azienda vitivinicola oggi adottare pratiche sostenibili è utile e conveniente perché significa progettare uno sviluppo durevole in termini di redditività e di reputazione aziendale. Come Banca, siamo al fianco della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti perché riconosciamo l’importante ruolo di custodi e ambasciatori del territorio svolto dagli associati e vogliamo affiancare i loro percorsi di transizione ecologica”.

La ricerca ha messo in luce come le aziende con una percentuale superiore di vendita diretta, al consumatore finale e/o all’Horeca, presentano un andamento del fatturato migliore rispetto alla media generale del campione: lo stesso vale per chi offre con successo proposte per l’enoturismo e chi ha investito in marketing e promozione. “Questi dati rafforzano le nostre richieste a livello europeo: maggiore accessibilità ai fondi OCM promozione per le aziende di medio-piccole dimensioni, attualmente di fatto escluse, e realizzazione di misure di sostegno alle attività enoturistiche, fondamentali in questo frangente storico anche per un’educazione al consumo consapevole, oltre che per la diversificazione dei canali di vendita e per crescita delle economie territoriali delle aree interne” prosegue Babini.

Dalla ricerca emerge che l’export ha rappresentato un driver trainante della crescita del trend di fatturato nell’ultimo triennio. Tra le aziende che hanno dichiarato una crescita sostenuta o moderata del fatturato, infatti, il 45% presenta una percentuale di fatturato da export elevata. “Più del 70% dei nostri 1.800 soci esporta e il 23% vorrebbe farlo in futuro: quasi tutti hanno negli Stati Uniti il principale mercato di riferimento, ma alle condizioni che si stanno realizzando diventerà difficilissimo e verrà a mancare uno dei determinanti positivi di fatturato per i Vignaioli italiani” ribadisce Babini. “Per questo chiediamo al Governo di continuare a mettere in campo tutti gli sforzi diplomatici possibili per porre fine alle guerre commerciali e salvaguardare un settore fondamentale come quello primario”.

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Rinnovabili, crescita impetuosa nel settore agricolo

Dal 2010 al 2023 il valore della produzione agricola legata all’energia rinnovabile (fotovoltaico, biogas, biomasse) si è più che decuplicato: da 232 milioni a 2,6 miliardi di euro. Il contributo dell’agricoltura alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili al 2023 si attesta all’11% con una capacità installata di circa 5 GW, e circa 13 TWh generati grazie a 48mila impianti. È quanto emerge dal primo rapporto dell’Osservatorio sulle agroenergie realizzato da Confagricoltura su dati raccolti da un gruppo di lavoro di Ernst & Young che ha analizzato database pubblici, report di settore e coinvolto diversi esperti di mercato.

Nello specifico, la capacità installata di energie rinnovabili nelle aziende agricole in impianti fotovoltaici è di circa 3 GW (3 TWh di produzione) generata da quasi 46mila stazioni (in crescita del 12% grazie agli incentivi del DM 19) e distribuita prevalentemente tra Nord Italia, Puglia, Lazio e Isole. L’energia autoconsumata è pari a 508 GWh. Il settore concentra il 9,5% della potenza complessiva e il 9,7% della produzione di energia.

Per biomasse e biogas la capacità installata è di circa 2 GW (10 TWh di produzione annua) con i 1.800 impianti a biogas (erano poche decine nel 2007) che contribuiscono per il 62% della capacità complessiva. Tali impianti, prevalentemente distribuiti tra Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, con taglia media di 1 MW, hanno prodotto circa 30 milioni di tonnellate di digestato agricolo in sostituzione di fertilizzanti chimici e generato circa due miliardi di euro l’anno di flussi di cassa per le aziende agricole e agroindustriali.

La capacità installata da acqua fluente in ambito agricolo è di circa 30-40 MW ed è generata da circa 400 impianti (per circa 1 TWh l’anno) che sfruttano corsi dei fiumi e/o canali di irrigazione, dislocati principalmente nel Nord Italia (Pianura Padana) con taglia media inferiore ai 100 kW.

Analizzando la distribuzione della capacità installata in Italia in ambito agricolo dalle fonti oggetto dello studio (anno di riferimento 2023), questa risulta dislocata soprattutto tra le regioni della Pianura Padana, quali Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.

Numeri che certificano come le rinnovabili siano cresciute molto negli ultimi anni, grazie anche a corposi incentivi, su tutti quelli del Pnrr. Dallo studio si evince che le imprese agricole sono sulla giusta strada per giocare un ruolo da protagoniste nella transizione energetica e che le nuove tecnologie permetteranno loro di ridurre i costi dell’energia e aumentare la competitività. I dati relativi al mercato delle nuove istallazioni stimano che l’energia rinnovabile prodotta in agricoltura nel 2030 si attesterà al 10% del totale (con una capacità produttiva di circa 9 GW), la quota rischia quindi di calare dell’1% rispetto all’attuale 11%. Ma tale produzione stimata supererebbe il 20% qualora si includessero tutti i terreni agricoli (appartenenti sia ad aziende agricole che non). Nel 2030 la capacità complessiva stimata da bioenergie, idroelettrico e fotovoltaico sarà verosimilmente pari a circa 90 GW (al 2023 queste tre fonti rinnovabili target dell’Osservatorio arrivano a 57 GW).

Vino, nel 2024 Italia meglio di tutti in un mercato che stenta | Crédit AgricoleVino, nel 2024 Italia meglio di tutti in un mercato che stenta | Crédit AgricoleVino, nel 2024 Italia meglio di tutti in un mercato che stenta | Crédit Agricole
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Vino, nel 2024 Italia meglio di tutti in un mercato che stenta

Dopo un 2023 che aveva visto ridimensionarsi sensibilmente i consumi di vino a livello mondiale, il 2024 ha confermato la tendenza negativa, in particolare sul fronte degli scambi internazionali. Tra i 12 principali mercati di import (che pesano per oltre il 60% nelle importazioni mondiali di vino), si sono registrate variazioni positive solo per Stati Uniti, Canada, Cina e Brasile. In tale quadro, gli acquisti di vino dall’Italia sono cresciuti più della media, grazie soprattutto agli spumanti che, nello stesso panel di 12 mercati, hanno registrato un +4,8% di export a valore contro una media aggregata del -5,1%, con punte del +11% negli Stati Uniti, del +10% in Australia e del +9% in Canada. Queste alcune delle principali evidenze emerse durante l’XI Forum Wine Monitor di Nomisma.

Gli analisti dell’istituto bolognese hanno fatto notare come i principali mercati di import abbiano chiuso il 2024 in ulteriore calo e quelli che sono andati in controtendenza hanno consumi di vino ancora in sofferenza come nel caso degli Stati Uniti o della Cina, dove il rimbalzo del 38% nelle importazioni è interamente ascrivibile al ritorno dei vini australiani dopo che erano stati messi al bando dal governo cinese nel 2021 con un super dazio del 218%.

Lo scorso anno i vini francesi hanno perso un altro 2,4% nel valore dell’export dopo il calo del 2,7% nel 2023. E se due anni fa il saldo negativo fu dovuto a una riduzione nelle vendite oltre frontiera di vini rossi, nel 2024 è stato lo Champagne a trascinare al ribasso le esportazioni transalpine, con il 10% in meno di bottiglie spedite nel mondo.

Sul mercato italiano, la fiammata inflazionistica degli ultimi anni ha lasciato il consumatore italiano con minori capacità di spesa e aspettative future ancora improntate alla prudenza. È quanto si deduce dalle quantità di vino vendute nella Distribuzione moderna che, per il 2024, evidenziano una riduzione di quasi il 2% nel canale Iper e Super, con punte più elevate nel caso dei vini rossi (-4,6%) e frizzanti (-7,4%). I volumi venduti hanno invece tenuto nel discount, mettendo a segno anche una crescita a valori dell’1,2%, in particolare grazie agli spumanti.

 

In questo scenario così complesso e incerto, minato da rigurgiti di protezionismo e minacce di dazi aggiuntivi, la ricerca di nuovi mercati diventa sempre più prioritaria per le imprese del vino italiano. Negli ultimi 36 mesi l’export vinicolo dall’Italia è cresciuto nelle aree dell’Est Europa e dell’America Latina: Polonia (+26% rispetto al 2022), Repubblica Ceca (+47%), Romania (+22%), Messico (+3%) ed Ecuador (+56%) sono alcuni dei mercati dove i vini del Bel Paese sono sempre più apprezzati. Senza dimenticare il Brasile, un grande mercato di oltre 200 milioni di abitanti e facente parte dell’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur.

Tasto delicato emerso dalla presentazione è rappresentato dai consumatori e, in particolare, della loro evoluzione alla luce del fatto che in Italia e nei principali mercati come ad esempio, gli Stati Uniti, la maggior parte dei consumi di vino è ancora sostenuto dagli over 60. In Italia i giovani appartenenti alla Gen Z consumano vino solo in occasioni speciali, hanno una scarsa conoscenza del prodotto e quando lo scelgono prestano attenzione primariamente alla gradazione alcolica e alla sostenibilità. E lo stesso accade anche negli Stati Uniti. Questo spiega perché i No Alcol wines, negli Usa, sono già una realtà diffusa nel consumo delle giovani generazioni.

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La Commissione Europea cambia rotta sull’agricoltura

Di recente la Commissione Europea ha presentato una nuova e ambiziosa tabella di marcia per il futuro dell’agricoltura e dell’alimentazione in Europa. Un documento che punta a rendere il settore più attraente, competitivo e resiliente, con un forte focus su semplificazione, digitalizzazione e rinnovamento generazionale. Tuttavia, il dibattito sul bilancio della Pac, fondamentale per sostenere queste ambizioni, resta ancora aperto. Dopo anni di discussioni e tensioni con il mondo agricolo, la Commissione sembra aver cambiato approccio, riconoscendo l’importanza strategica dell’agricoltura europea nel contesto geopolitico attuale. Il commissario all’Agricoltura Christhope Hansen ha ribadito il ruolo degli agricoltori non solo come produttori di cibo, ma anche come innovatori essenziali per la transizione ecologica e la sovranità alimentare dell’Europa.

La visione della Commissione si articola in quattro aree chiave:

 

1. Un settore più attraente per i giovani

L’agricoltura europea soffre di un problema generazionale: troppi giovani rinunciano alla professione per mancanza di prospettive economiche e burocratiche complesse. La Commissione intende affrontare queste criticità con una strategia di rinnovamento generazionale nel 2025, che prevederà incentivi fiscali, accesso facilitato alla terra e nuovi strumenti finanziari per i giovani agricoltori.

Inoltre, sarà rafforzata la protezione contro le pratiche commerciali sleali, garantendo che gli agricoltori non siano costretti a vendere i loro prodotti al di sotto dei costi di produzione.

 

2. Competitività e sicurezza alimentare

La Commissione riconosce la necessità di garantire condizioni di mercato eque per gli agricoltori europei, evitando che la concorrenza internazionale li penalizzi. Per questo motivo, saranno introdotti controlli più rigidi sugli standard di produzione dei prodotti importati, in particolare per pesticidi vietati nell’Ue e benessere animale. La politica commerciale dovrà proteggere gli interessi degli agricoltori, con un focus sulla promozione delle Indicazioni geografiche (Ig) e sulla creazione di nuovi mercati di esportazione.

 

3. Agricoltura e ambiente: incentivi, non divieti

La transizione ecologica resta un punto chiave della strategia agricola europea. Tuttavia, il nuovo approccio sembra più pragmatico rispetto al passato: invece di imposizioni rigide, la Commissione intende favorire un sistema di incentivi per gli agricoltori che adottano pratiche sostenibili.

Inoltre, sarà introdotta una “bussola di sostenibilità in azienda”, uno strumento volontario per misurare e migliorare le prestazioni ambientali delle imprese agricole.

Per quanto riguarda l’uso degli agrofarmaci, Hansen ha chiarito che non ci saranno divieti senza alternative praticabili, riconoscendo la necessità di soluzioni scientificamente valide prima di imporre restrizioni.

 

4. Un futuro per le aree rurali

La Commissione si impegna a rendere le zone rurali più vivibili, garantendo servizi essenziali, infrastrutture digitali e opportunità economiche. Sarà aggiornato il Piano d’Azione Rurale, con particolare attenzione al “diritto di rimanere”, ovvero la possibilità per le nuove generazioni di lavorare e vivere dignitosamente nelle aree agricole.

E ancora: istituito un dialogo annuale sul cibo, coinvolgendo agricoltori, consumatori, industria e istituzioni per affrontare temi come il costo degli alimenti, l’innovazione e la riduzione degli sprechi.

 

Se da un lato la visione presentata rappresenta un cambio di passo atteso da tempo, dall’altro resta un interrogativo: dove saranno reperite le risorse per finanziare queste ambizioni?

Il dibattito sul futuro della Pac è ancora aperto e la Commissione non ha fornito risposte concrete sulla dotazione finanziaria post-2027. La mancanza di riferimenti espliciti al secondo pilastro della Pac e alla sua complementarità con altri fondi solleva preoccupazioni tra le organizzazioni agricole, che temono tagli e una redistribuzione delle risorse non favorevole al settore.

Copa-Cogeca, la principale organizzazione europea degli agricoltori e delle cooperative agricole, ha accolto con favore il cambio di narrazione della Commissione, ma ha avvertito che senza un robusto finanziamento della Pac, questa visione rischia di restare un esercizio di stile senza effetti concreti per gli agricoltori.

Il vero banco di prova sarà la prossima riforma della Pac: senza un adeguato sostegno finanziario e misure concrete, il rischio è che questa visione rimanga solo sulla carta. Gli agricoltori europei chiedono certezze, non solo buone intenzioni.

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Vini Dealcolati: l’Italia autorizza una rivoluzione nel settore vinicolo

Il MASAF (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste) ha formalizzato l’attuazione della produzione e della commercializzazione dei vini dealcolati (senza o a basso contenuto alcolico) tramite decreto approvato il 20 dicembre 2024, in linea con il Regolamento UE 2021/2117.

Si potrà dunque produrre “vino dealcolato” – avente un titolo alcolometrico effettivo non superiore a 0,5% vol. –  o “vino parzialmente dealcolato” – avente un titolo alcolometrico effettivo superiore a 0,5% vol. e inferiore al titolo alcolometrico effettivo minimo della categoria che precede la dealcolazione (generalmente 8,5% vol.) – a partire dalle seguenti categorie di prodotto: vini, vini spumanti, vini spumanti di qualità, vini di qualità di tipo aromatico, vini spumanti gassificati, vini frizzanti e vini frizzanti gassificati. La dealcolazione totale o parziale non potrà essere effettuata sulle categorie di prodotti vitivinicoli DOP e IGP.

Le tecniche cui è possibile affidarsi per la rimozione dell’alcol, sempre sotto responsabilità di un enologo o di un tecnico qualificato, sono: l’evaporazione sotto vuoto o l’osmosi inversa. La prima sfrutta la riduzione della pressione atmosferica per abbassare la temperatura di ebollizione dell’alcol (circa 30°C), separandolo delicatamente dal vino; mentre la seconda, invece, si serve di una membrana che separa l’alcol dall’acqua e dai composti aromatici. In entrambi i casi, i composti aromatici inizialmente separati mediante i processi di rimozione dell’alcol, vengono poi reintegrati.

Per i produttori italiani di vino dealcolato (finora pochi) non sarà dunque più necessario esportare il prodotto all’esterno per eseguirne la trasformazione, ma potrà essere realizzata direttamente in Italia in strutture appositamente dedicate, separate da quelle utilizzate per il vino.

Il mercato europeo dei vini dealcolati, parzialmente o totalmente, si aggira intorno ai 322 milioni di euro, con un volume pari a 42 milioni di litri, con i vini spumanti che rappresentano il 70% di questo totale, sia in termini di valore che di volume. I principali mercati sono Francia (166 milioni di euro), Germania (69,3 milioni di euro), Italia (30,6 milioni di euro) e Spagna (15 milioni di euro).

 

Fonti

bozza-decreto-vini-dealcolati.pdf

Il nuovo decreto sui vini dealcolati - Accademia dei Georgofili

In Italia si potrà produrre vino senz'alcol - Il Post

Ue: dagli insetti al vino annacquato, le novità a tavola - Il Punto Coldiretti

Vino dealcolato, uno sguardo al mercato - Economia e politica - AgroNotizie

www.doctorwine.wine

https://winenews.it/it/petrini-giusto-che-litalia-apra-ai-vini-dealcolati-ma-attenzione-ad-additivi-e-sostenibilita_546395/

Decreto Dealcolati: parere positivo sulla bozza da Unione Italiana Vini - CanaleVino.it

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L’export agroalimentare continua a correre

Secondo l'elaborazione dati del Centro Studi di Federalimentare sulle statistiche diffuse dall'Istat, tra gennaio e ottobre 2024 l'industria alimentare italiana ha registrato una quota export di oltre 47 miliardi di euro, con una crescita tendenziale del 9% sullo stesso periodo del 2023, superiore al +8,6% segnato sui nove mesi, quindi in accelerazione. 

Negli ultimi cinque anni (2019-2024) l’export di settore è cresciuto del 56,3%. Un tasso praticamente doppio rispetto al +28,3% registrato in parallelo dall’export complessivo del Paese. L’incidenza dell’export dell’alimentare all’interno del totale nazionale è salita dal 7,8% del 2019 al 9,2% del 2024.

Il decollo delle vendite oltre confine di cibi e bevande italiani si lega alle performance di molti mercati, ma in gran parte alla spinta specifica del mercato statunitense, che ha segnato un +18,4% sui dieci mesi. Stati Uniti che perciò dovrebbero toccare, a consuntivo 2024, una quota pari a 7,8 miliardi, ponendosi a ridosso della Germania, da sempre destinazione principale dell'alimentare italiano. Si affiancano le spinte dei mercati europei, della Spagna (+7,7%), del Regno Unito (+6,3%), della Germania (+6,6%) e della Francia (+4,4%). Tra le categorie merceologiche volano gli "oli e grassi" (+28%), seguiti dal "dolciario" (+16,6%) e dalla "trasformazione ittica" (+16,2%).

E se a quelle dell'industria aggiungiamo le spedizioni oltreconfine del settore primario (agro-zootecnico) di oltre nove miliardi di euro, con una crescita tendenziale del 7,3%, dopo il +7,2% dei nove mesi, l'agroalimentare complessivo registra una quota export di oltre 56 miliardi, con un tendenziale del +8,7%.

Il 2024 potrebbe quindi far registrare il record di sempre delle esportazioni agroalimentari made in Italy sfiorando i 70 miliardi di euro.

Intanto, tra i grandi mercati di sbocco della nostra industria alimentare, il centro studi di Federalimentare segnala anche le crescite a due cifre della Polonia (+18,7%), del Canada (+16,6%), del Giappone (+12,5%) e dell'Australia (+15,4%).

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Italia prima in Europa per valore aggiunto agricolo

Secondo le stime dell'Istat sui conti dell'agricoltura italiana il 2024 è stato un anno positivo. Sono aumentati la produzione e il valore aggiunto in volume (rispettivamente +1,4% e +3,5%), soprattutto nelle coltivazioni (+1,5%) e nel comparto zootecnico (+0,6%), in calo invece le attività dei servizi agricoli (-1,5%). L'anno scorso è proseguita la crescita delle attività connesse (+5,2%). Annata favorevole per frutta (+5,4%), ortaggi freschi (+3,8%) e vino (+3,5%). In flessione cereali (-7,1%), olio d’oliva (-5%) e foraggi (-2,5%). Nei dodici mesi sono aumentati i prezzi dei prodotti delle coltivazioni (+2,9%), mentre sono calati quelli del comparto zootecnico (-2,2%). Significativa anche la diminuzione dei costi di beni e servizi impiegati nel settore (-4,5%).

L’indagine preliminare per il 2024 evidenzia un incremento dell’1,4% dei volumi dei beni prodotti dal settore agricolo e una crescita dello 0,8% dei relativi prezzi di vendita. Pertanto, il valore a prezzi correnti della produzione complessiva del settore è aumentato del 2,2%, raggiungendo 74,6 miliardi di euro (era 73 miliardi nel 2023).

Le unità di lavoro occupate in agricoltura si sono ridotte del 2,6% a causa di una marcata flessione (-4,4%) dei lavoratori indipendenti non compensata dal lieve aumento di quelli dipendenti (+0,9%). Con l’aumento dei contributi alla produzione ricevuti dal settore (+2,5%) e la sostanziale stabilità degli ammortamenti (-0,1%), il reddito dei fattori in valore ha mostrato nel 2024 un incremento dell’11,3% e, conseguentemente, l’indicatore di reddito agricolo ha registrato un notevole incremento (+12,5%).

In base alle stime preliminari, nel 2024 la produzione del comparto agricolo dei 27 Paesi Ue ha mostrato un incremento in volume dello 0,5% ma, per la diminuzione dei prezzi dei prodotti venduti, si è registrata una riduzione in valore dell’1,5%, scendendo a 529 miliardi di euro rispetto ai 536,9 miliardi raggiunti nell’anno precedente. Dopo i rialzi degli ultimi tre anni, nel 2024 si stima a livello europeo una diminuzione del 2% dei prezzi alla produzione (misurati in termini di prezzo base) e una flessione più marcata dei prezzi dei beni e servizi acquistati (-6.4%).

I consumi intermedi sono diminuiti in valore del 5,7%, mentre si è osservato un modesto incremento dello 0,8% in volume. Di conseguenza, il valore aggiunto lordo è aumentato rispetto all'anno precedente dello 0,2% in volume e del 4,4% in valore, passando da 223,7 miliardi di euro del 2023 a 233,6 miliardi nel 2024.

Nella crescita dei volumi prodotti nell’Ue nel 2024, spiccano le performance positive di Spagna (+10,6%), Portogallo (+4,4%), Polonia (+1,6%) e Italia (+1,4%). I risultati peggiori si registrano, invece, in Ungheria (-4,4%), Romania (-4,3%) e Francia (-3,5%).

La graduatoria 2024 del valore della produzione a prezzi correnti conferma la Francia in prima posizione (88,4 miliardi di euro, -7,7% rispetto al 2023), seguita da Germania (75,4 miliardi, -0,9%), Italia (74,6 miliardi, +2,2%) e Spagna (68,4 miliardi, +4,3%).

In termini di valore aggiunto, invece, l’Italia ha conquistato la leadership europea (42,4 miliardi di euro, +9% rispetto al 2023), seguita da Spagna (39,5 miliardi, +16,2%) e Francia (35,1 miliardi, -7,2%), che nel 2023 deteneva il primato.

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Da Bruxelles altre misure in favore degli agricoltori

L’innalzamento del tetto agli aiuti “de minimis” da 25 a 50mila euro, le nuove norme per contrastare le cosiddette “pratiche sleali” e assicurare alle aziende agricole un giusto reddito ma anche il via libera agli sgravi contributivi per le imprese italiane del primario danneggiate dall'alluvione e un pacchetto di finanziamenti da tre miliardi di euro dedicati alla filiera agroalimentare della Bei, la banca europea per gli investimenti.

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Chi diversifica guadagna di più

Le aziende agricole specializzate in colture permanenti hanno una maggiore stabilità nella redditività operativa rispetto a quelle che coltivano colture non permanenti, soprattutto durante periodi di inflazione elevata.